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L'Ora Legale

Lo scorso 4 marzo siamo stati invitati, dal gruppo che ormai si occupa da un decennio di programmare una interessantissima rassegna cinematografica a S.Secondino, ad organizzare un piccolo momento di riflessione su uno dei film proiettati. Tutte le pellicole proposte si prestavano a confronti sulle tematiche più disparate: razzismo, fede, amicizia, perdono e tanto altro, ma noi abbiamo deciso di scegliere un film di Ficarra e Picone “L’ora legale”. 

La scelta di questa pellicola non è stata casuale: confrontandoci abbiamo concordato che, per affrontare un tema con serietà, sia necessario farne esperienza in modo che la riflessione sia basata non tanto su opinioni nate dal sentito dire ma su opinioni costruite su un vissuto concreto. 

 

Il film racconta un pezzo di storia di un piccolo paese abituato a votare il solito politico avvezzo a raccomandazioni e favoritismi che, stanco dell’illegalità dilagante, decide di interrompere questo costume e di votare un politico onesto e pronto a far rispettare le regole. Pieno di ironia, comicità e,  FORSE, di qualche estremismo, il film si conclude amaramente con le acclamate dimissioni del sindaco in carica che nessuno più vuole a palazzo di Città perché troppo incline all’onestà e pronto a far rispettare le leggi a tutti, familiari compresi.

Il film si prestava a troppe riflessioni e soprattutto il confronto avrebbe potuto portare ad un’inutile elencazione di luoghi comuni che, però, a nostro parere, non avrebbero portato a nessun passo in avanti nell’acquisizione di nuove consapevolezze. Tutti potremmo dire che siamo d’accordo sulla non delega, sul fatto che ciascuno di noi è responsabile delle proprie azioni, che il sistema non funziona e che da soli non si può cambiare il mondo. Ecco perché abbiamo deciso di dare un taglio alla discussione in modo da limitarla ad un paio di punti da noi ritenuti più significativi.

Partendo da degli assunti di base e cioè che siamo tutti delle brave persone che tentano di fare la propria parte, che rispettiamo le regole e le leggi e che crediamo in un cambiamento della società, abbiamo posto delle domande-stimolo che ci aiutassero ad esprimere le nostre opinioni senza cadere nel tranello di parlare sempre degli altri, delle amministrazioni, dello Stato, delle forze dell’ordine ma mai di NOI. Detto questo abbiamo chiesto, a noi stessi e alla gente presente alla rassegna, di delineare un identikit della “brava persona”. Sono venute fuori riflessioni bellissime e profonde che potremmo così riassumere:

  • Una brava persona è colui che è cosciente e consapevole di ciò che fa;
  • È colui che è leale nei fatti e rispettoso;
  • È colui che è pronto alla rinuncia perché disposto a sacrificare il proprio posto al sole per il bene comune;
  • È colui che è coraggioso perché disposto ad essere escluso rischiando di rimanere solo;
  • È colui che tenta di essere coerente nelle azioni con i principi enunciati a parole;
  • È colui che si interroga ed è sempre alla ricerca di un confronto con gli altri che gli permetta di capire e non solo giudicare;
  • È una persona che si costruisce pian piano seguendo un percorso educativo che dura tutta la vita.

La seconda domanda è stata: cosa significa non delegare? Pensiamo che la nostra sia una cultura di non delega? La gente intervenuta ha ammesso che la nostra è una cultura costruita sin dall’infanzia sulla delega; ha espresso il desiderio di intraprendere un percorso di avvicinamento fra chi delega e chi ha ricevuto la delega ad esempio esercitando un controllo o semplicemente informandosi evitando di parlare senza sapere; ha condiviso la difficoltà di impegnarsi in una partecipazione attiva. Momento cruciale è stato quello in cui si è parlato di responsabilità intesa come tentativo di non restare indifferenti, di imparare a sentirsi corresponsabili nelle scelte del nostro territorio e nella costruzione di una cultura di comunità che ci veda impegnati nella cura della nostra terra e delle persone (tutte) che vi abitano.

Abbiamo chiuso l’incontro con una domanda aperta su cui riflettere: che cos’è per noi il cambiamento? Noi, dopo anni di esperienza e riflessioni, non pensiamo di saperlo ma condividiamo con immenso piacere una nostra piccola riflessione: oggi “cambiamento” è una parola abusata e spesso associata ad un qualcosa che migliori la nostra condizione. Forse per avere “contezza” di cosa sia per ciascuno il cambiamento bisognerebbe partire dall’avere un sogno che parta da un modo di intendere una comunità, da una visione collettiva, da un nuovo punto di vista che ci permetta di costruire, con creatività e non con ripetizione, un’IMMAGINE di futuro del nostro territorio cui tendere (avere una direzione chiara) con le nostre azioni e col nostro vivere quotidiano e quindi sapere bene NON contro cosa lottare ma PER CHE COSA lottare con entusiasmo, forza, convinzione e impegno.

Timidamente e senza pretesa alcuna ci siamo prestati a questo piccolo momento cineforum per il quale ringraziamo chi ci ha invitati ad organizzarlo. Quello che abbiamo tratto da questa esperienza è che la gente ha voglia di parlare, di confrontarsi, di ragionare collettivamente. Sarebbe ora forse di capire che il nostro tempo necessita di un mettersi insieme per tentare di comprendere cosa accade intorno a noi e, da questo, tentare di crescere come comunità. E’ il tempo di costruire spazi che ci permettano di farlo.♦